Altro giro, altra corsa; altro gruppo di autori che
rispondono alla fatidica domanda: come nasce il racconto per Oschi Loschi?
Quali fantasmagorici retroscena ci sono dietro a quel pugno di pagine in grado
di avvincere così tanto il lettore medio italiano? Quali ripercussioni avrà
tutto questo sul panorama socio-finanziario nazionale ed internazionale? Cediamo
loro la parola:
Filippo Ciasullo: «Il mio racconto è un omaggio alle piccole cose.
L'ispirazione nasce dal fatto che la biblioteca di Benevento, all'ora di pranzo
chiude, perché chi ci lavora addà magnà. In attesa della riapertura pomeridiana
me ne sono andato in villa, dove ho fotografato un albero ed è arrossito, che
ci crediate o no.»
Daniele Viola: «Non so, non ne sono sicuro. Avere un'ispirazione, cercare
nei propri pensieri, frugare l'anima, quando c'è. Ammorbidire il peso della
cose reali attraverso la fantasia. Tutto questo mi annoia. Come lo humour. E
sono presuntuoso. Per questo il mio racconto è presuntuoso, perché non inventa
nulla, ma solo riporta, tra una suggestione joyciana e un mormorio alla Cassiel
in quel di Berlino (sono ancora triste per la morte di Cassiel), una scena
vista e rivista, uomini e donne, col velo negli occhi, l'opacità dell'esistenza
esteriore. Le vite degli altri, per citare un bellissimo film. Non c'è
ispirazione nella realtà, si può solo riportare. Il sogno, la trama, la
curiosità, la speranza, l'entusiasmo non sono dei personaggi del mio racconto,
nostalgici osservatori di qualcosa di perduto. Il racconto è un estratto di un
progetto più ampio, che è riuscito a vedere il termine nella mia mente. Le dita
sono fredde per rimettere tutto al foglio bianco di un editor di testo, e tutto
accadrà solo un po' più in là. Le seimila battute sono disseminate di citazioni
e riferimenti. Se qualcuno dovesse leggerlo con attenzione (bene non
necessario) mi piacerebbe una sorta di caccia al tesoro. Spero che un giorno,
imparando a leggere, imparerò anche a scrivere. Che Dio non salvi la Regina, ma
almeno gli Oschi Loschi.»
Luigi Furno: «In fondo quello che semplicemente volevo fare era un noir.
Una storia di ombre. Francio Bacon diceva che pensare noir è mettersi in un
sacco di plastica e gettarsi nella fogna quando si è morti. L’autore di una
storia è un burattinaio. Nel rinascimento si pensava a Dio nei termini del
grande orologiaio o del sommo architetto. E Dio manifesta il suo glorioso
potere su tutto decretandone la morte. Una storia di morti è quindi una storia
archetipica. Ma non si conoscono le radici di questa archeologia narrativa. In
fondo non abbiamo mai visto i granchi che escono dal mare attraverso i
gabinetti e si arrampicano sulle tavole delle gelaterie, non abbiamo mai visto
i diamanti incastonati nei denti delle nonne negre che vendono teste di indios
sedute sulle loro natiche incolumi sotto la zuppa della pioggia, non abbiamo
mai visto le vacche d'oro addormentate sulla spiaggia né tanto meno gli indù
verdi che cagano in piena strada davanti ai loro negozi di camicie di veri
bachi da seta. Della stranezza appena conosciamo la bava schiumosa del vomito
di un quindicenne collassato alla terza birra. Non so, quindi, se è una storia
veramente noir in quanto non si parla di morte ma solo di morte apparente.»
Umberto Di Lorenzo: «Tornando da Padova in compagnia delle Ferrovie dello Stato,
in uno scompartimento occupato da Salvatore che di secondo lavoro sostiene di
fare il camorrista e da un'anziana signora che gli parla dei suoi ottimi
rapporti con Carmen Russo, no con la madre di Carmen Russo, no con la sorella
della madre quindi la zia di Carmen Russo, vada, vada in palestra da Carmen
Russo e glielo dica, che le fa lo sconto (ci andrò pure io, così farà lo sconto
anche a me). Cercando nella musica e nelle parole l'isolamento necessario. A
sopravvivere.»
Flavio Ignelzi: «È facile dirlo col senno di poi. A cose fatte. Contemplando il
lavoro ultimato. È un raccontino piccolo-piccolo, che possiede un evidente tono
hard-boiled, e che ho tirato giù in tempi brevi, in una mezza giornata (e con
minimi ritocchi successivi), perché nella mia mente era già tutto pensato e organizzato,
probabilmente ruminato per un po’. Non so spiegarvelo. La mia mente rumina
senza farsene accorgere. Non vi romperò le palle con livelli di lettura secondari
e complicate metafore. Non ve ne sono. Non volontariamente, quantomeno. Volevo
solo un protagonista strafottente, rock celtico, briglie sciolte e un bel
twist. Questo col senno di prima. Ché son bravi tutti, con quello di poi.»
Ernesto Razzano: «Con Nicola che tifa per l’Inter sono stato a vedere Totò
Peppino e la malafemmina, al cinema, schermo grande, non so se mi spiego, Totò
al cinema per me è quasi il massimo. All’uscita del cinema veniamo a sapere che
Bolì ha segnato e il Marsiglia ha battuto il Milan in finale di Coppa Campioni.
Nicola sorride. Arriviamo a casa. Giuliano ha il gesso alla gamba e una
cinquecento decappottabile giù al portone. C’è anche Federica con Giuliano.
Giovanni è con la testa sotto il lavandino ad aggiustare il tubo. Le finestre
sono aperte, è fine maggio. Firenze è quasi pronta per dormire e darsi ai
turisti il giorno dopo. Un rumore più secco di un tuono e più profondo di un
terremoto ci prende d’improvviso nelle stanze della casa di Via Vico. Dalla
finestra vediamo la città al buio, in un silenzio placido. Due minuti dopo
eravamo nella cinquecento, guidava Giovanni, la stampella di Giuliano usciva
dal tetto, tra le nostre teste, ancora due minuti e senza nessuna barriera ci
trovammo a Via dei Neri dietro Palazzo Vecchio, c’erano vetri rotti dove
lasciammo la macchina e ombre di fiamme nel vicolo accanto alla Loggia dei
Lanzi. Giovanni si lanciò verso Via De’ Georgofili, io lo seguii, non c’era
nessuna barriera, arrivammo quasi prima dei soccorsi. Vetri che pensolavano e
fumo e fiamme che si affacciavano dalle finestre. Nei volti di tanta gente
c’era la ricerca della causa di una notte inspiegabile. Una fuga di gas, forse.
Invece no, una bomba e dei morti. I potenti e i criminali costruiscono gli
stati ancora così, con le bombe e con i morti. E la gente, come in una roulette
russa, può rimanerci morta. Le storie del racconto, per le facce che vidi, sono
verosimili, e forse alcune fecero proprio quelle cose, quel giorno.»